“Alì Assaf. Opere 1973–2011”: una riflessione sull’identità culturale nel mondo della globalizzazione

La mostra Alì Assaf. Opere 1973–2011, curata da Arianna Desideri e allestita nello spazio del Museo Laboratorio di Arte Contemporanea, mette in luce una produzione artistica rimasta ai margini del circuito espositivo italiano e del dibattito critico sulle diaspore e sulla globalizzazione del sistema artistico occidentale.

Il riconoscimento del lavoro di Alì Assaf, artista di origini irachene, risponde alla necessità di aggiornare i criteri analitici e i confini geografici della disciplina. Lo spazio che ospita l’esposizione è, in questo senso, fortemente simbolico: l’università, luogo di produzione e diffusione del sapere, si confronta con la necessità di ripensare e ampliare il canone storico-artistico alla luce delle prospettive critiche degli studi postcoloniali, avviando un processo di revisione che resta ancora aperto e tutt’altro che compiuto. Tale attenzione si inserisce nel rinnovamento del museo promosso dalla nuova direzione di Francesca Gallo; mentre l’esposizione si colloca all’interno delle ricerche condotte dalla curatrice per il progetto di dottorato Roma ai tempi della globalizzazione: diaspore e confronti tra culture (1989–2002), con l’obiettivo di portare alla luce personalità e pratiche artistiche ingiustamente marginalizzate.

A ciò si aggiunge il rapporto con l’adiacente quartiere di San Lorenzo, dove Alì Assaf vive e lavora stabilmente dalla metà degli anni Settanta. La mostra, quindi, si declina come possibilità di approfondire e comprendere il territorio che la ospita come spazio di interazione e attività culturale.

 

Alì Assaf. Opere 1973-2011, veduta della mostra. Ph. Gabriele Pallai

 

L’esperienza diasporica di Alì Assaf assume un valore esemplare nelle dinamiche del mondo contemporaneo, riflettendo tanto la condizione degli artisti e degli intellettuali della diaspora irachena quanto, più in generale, quella delle comunità migranti contemporanee.

In questa prospettiva, tuttavia, non bisogna ridurre la produzione di Alì Assaf alla sua nazionalità d’origine, ma comprendere il sistema di interazioni più ampio e complesso che si cela dietro ad essa: la sua ricerca si sviluppa come un processo dinamico di attraversamento tra ambiti culturali diversi, la sua identità si declina in uno spazio che trascende gli stessi confini geografici.

Nel mondo globalizzato, il crescente superamento delle barriere e dei confini ha innescato un rimescolamento demografico e culturale che impone di ripensare il concetto stesso di identità. Siamo tradizionalmente abituati a concepire l’individualità come determinata dal contesto di appartenenza, ma la perdita dei punti di riferimento geografici e culturali quali modifiche arrecherebbe?

Alì Assaf costruisce la propria produzione artistica in dialogo tra luogo d’origine e luogo di destinazione, fondendo linguaggi dell’arte contemporanea occidentale con riferimenti e simboli legati al contesto di provenienza. Emblematica, in tal senso, è la serie Lui, solo lui, dovunque lui (1989), in cui, attraverso la pratica del fotomontaggio, l’artista trasforma alcuni scorci di Roma e la fotografia di un generale anonimo trovata al Cimitero del Verano in una riflessione critica sull’esperienza politica dell’Iraq di Saddam Hussein e sui meccanismi di costruzione del potere autoritario. È proprio in questo “terzo spazio”[1] che si declina la ricerca creativa e identitaria dell’artista.

Il percorso di definizione e affermazione della propria soggettività si sviluppa progressivamente nel tempo, riflettendosi nella mostra che ricostruisce cronologicamente la carriera dell’artista dal 1973 al 2011.

Molte delle opere esposte insistono sulla forma dell’autorappresentazione, declinata in una pluralità di modalità espressive, tra cui la pittura figurativa e astratta, l’incisione, la fotografia e la performance. La mostra si apre proprio con due autoritratti degli anni Settanta, il primo dei quali, realizzato nel 1973, viene portato dall’artista da Baghdad per l’ammissione all’Accademia di Belle Arti di Roma. La sua posizione di apertura nel percorso espositivo esplicita simbolicamente la soglia di un nuovo percorso biografico e artistico, in cui il riconoscimento di sé avviene attraverso la percezione di una distanza che definisce il soggetto tanto rispetto al nuovo contesto di accoglienza quanto nei confronti del luogo d’origine, ormai osservato da una posizione di separazione.

 

Alì Assaf, I miei vicini, 1981. Ph. Gabriele Pallai

 

Il motivo della distanza ricorre nell’opera I miei vicini (1981), una serie fotografica che riproduce il balcone dell’edificio posto di fronte all’abitazione dell’artista nel quartiere di San Lorenzo. In essa viene messo in scena un tentativo di avvicinamento all’altro attraverso la riproduzione sequenziale dello scorrere del tempo, dove la distanza diviene spazio di osservazione e progressiva negoziazione identitaria.

La stessa distanza si instaura inevitabilmente nel rapporto con lo spettatore non arabofono in quelle opere in cui la calligrafia araba si impone nella composizione. Il significato non è immediatamente accessibile e l’opera conserva una parte di inevitabile “opacità”[2]: l’incontro con l’altro non comporta necessariamente una comprensione totale.

Diversamente, la lontananza dal contesto di origine trova espressione in opere come Io e loro sotto il primo cielo (1991) e Finestre di stoffa per mia madre (1993), incentrate sul tema della memoria familiare.

Nello spazio espositivo dedicato all’esperienza della Biennale di Venezia 2011, la distanza si manifesta sia come separazione fisica ed emotiva dal nucleo familiare, evocata attraverso la ricostruzione del proprio albero genealogico, sia come estraneità nei confronti della città natale. Il ritorno a Bassora restituisce infatti all’artista un luogo profondamente mutato e ormai quasi irriconoscibile, segnato dalle conseguenze ambientali, sociali e politiche dell’invasione americana.

 

Alì Assaf, Quell’oggetto oscuro del desiderio, 2003. Ph. Gabriele Pallai

 

Il percorso si conclude con l’installazione fotografica Quell’oscuro oggetto del desiderio (2003), ampliando definitivamente la riflessione sulle migrazioni contemporanee attraverso i ritratti di donne e uomini giunti a Roma dall’Asia occidentale. La dimensione dell’autoritratto compare qui in forma indiretta: l’esperienza individuale dell’artista si inserisce in una pluralità di storie, assumendo il valore di una condizione condivisa che accomuna le soggettività migranti del mondo contemporaneo.

In modo esplicito la mostra restituisce la complessità culturale della città che la ospita, presentando Roma come uno spazio attraversato da presenze e appartenenze differenti. Lo spettatore viene coinvolto in questo sistema di relazioni, entrando in contatto con narrazioni che contribuiscono a ridefinire la percezione della propria individualità e dello spazio urbano, inteso come luogo dinamico di confronto e rielaborazione personale.

 

[1]H.K. Bhabha, I luoghi della cultura, Meltemi, Roma 2001 (ed. orig. The Location of Culture, 1994)
[2] É. Glissant, Poetica della Relazione, Macerata, Quodlibet 2007 (ed. orig. Poétique de la Relation, 1990)