PER NON DISTOGLIERE LO SGUARDO – CRISI E ATTUALITÀ DEL PENSIERO BASAGLIANO

Un uomo siede con la schiena ricurva, come pressata dal volume bianco della parete che gli si poggia sulle spalle e che ruba la metà del nostro rettangolo di sguardo. Non c’è identità che ci restituisca, se non di corpo. Due mani grandi si spalancano a riceverne il volto in libera caduta e si fermano sulla fronte, ruvida di rasatura. Un occhio esterno in eterno lo nega, con violenza proporzionale al suo sottrarsi. Fingiamo estraneità a una prospettiva che crediamo non ci appartenga, eppure, la distanza mediale che ci restituisce il soggetto non è schermo bastante a salvarci dalla responsabilità della sua pena. Nel vuoto del suo ritrarsi, all’istante si scatena un conflitto di coscienze alienate: scopriamo ora d’esistere solo nello sguardo dell’altro. La relazione è infatti il gioco che convoca giudicanti e giudicati. “L’inferno sono gli altri”[1], diremmo con Sartre; l’inferno, oggi, siamo noi.

Che un tempo morire di classe sia stato possibile è la notizia che apprendiamo dai venti scatti, firmati da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, allestiti sulle pareti del MLAC. Le fotografie sono tratte dal volume che dà il titolo alla mostra in corso, promossa dall’Archivio Basaglia insieme a Il Saggiatore e visitabile fino all’8 luglio 2026 presso il museo universitario della Sapienza Università di Roma.

[1] J-P. Sartre, Porta chiusa, trad. it. di M. Bontempelli, in Le mosche. Porta chiusa, Milano, Bompiani 2013, p. 470; A. Ceroni, L’alterità in Sartre, Milano, Marzorati 1974; G. Farina, L’alterità. Lo sguardo nel pensiero di Sartre, Roma, Bulzoni 1998.

Inaugurazione della mostra Morire di classe, MLAC, 10 giugno 2026. ph Gabriele Pallai.

All’altezza cronologica della loro produzione, tra la primavera e l’autunno del 1968, il medium fotografico è precocemente utilizzato come strumento di denuncia sulla realtà segregante degli ospedali psichiatrici. La funzione testimoniale delle rappresentazioni del manicomio è la medesima che queste foto rivestono nell’esposizione. Non è certo un caso che la loro potenza abbia suscitato un’indignazione tale da contribuire al processo che ha condotto nel 1978 all’emanazione della Legge 180[2].

[2] R. Bigi, 1969. Morire di classe. La fotografia per comunicare grandi temi. Intervista a Gianni Berengo Gardin, in Informatissima Fotografia, 2001, ora in Internet Archive / Wayback Machine, https://web.archive.org/web/20050205184559/http://www.informatissimafotografia.it/art011.asp(18.06.2026).

 

Sopra, foto di Carla Cerati; sotto, foto di Gianni Berengo Gardin, esposte nella mostra Morire di classe, MLAC, 10 giugno-8 luglio 2026. I due fotografi, pur nella diversità di approccio, reificano gli internati. ph Gabriele Pallai

Nello spazio del manicomio è stata sempre la stessa postura a dirigere i corpi: le fotografie in bianco e nero si succedono ripetitive e monotone, assimilando reciprocamente gli organismi e negando l’esistenza degli individui in quei luoghi. Questo reiterarsi ovunque diffuso delle immagini – Gorizia, Firenze e Colorno si confondono nel somigliarsi asettico di corridoi e cortili – e la costante reificazione dei corpi avvengono non per colpa, ma per merito dell’obiettivo: anche per esso si è fatta scontata nel senso odierno l’idea che l’unica condizione auspicabile, affinché quei corpi tornino individui, sia la libertà, con l’abbattimento di tutti i muri che confinandoli li piegano. Il taglio radicale di Morire di classe, funzionale alle mire di deistituzionalizzazione psichiatrica di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, è chiaramente condensato nella descrizione dello storico John Foot quando lo designa prodotto fotografico con un “carattere politico e sociologico, un libro da […] guardare (o dal quale distogliere lo sguardo)”[3]. La sua chiamata all’azione, inutile a dirsi, smuove ancora il dubbio sulla pensabilità di certi luoghi e di certi modi e spiega il motivo di essere esposti a tali memorie, anche nelle università per generazioni ignare del passato (forse ancora presente) di controllo ed esclusione appartenuto a istituzioni deputate alla cura.

Potremmo affidarci alla ricostruzione di Franca Ongaro per prendere la misura dell’apporto che i dispositivi filmici e fotograficihanno fornito alla rivoluzione basagliana, nel solco dell’alleanza stretta tra la disciplina artistica e quella scientifica[4]. Il catalogo della retrospettiva Inventario della psichiatria, fortemente voluta da Renato Nicolini nel 1981, restituisce il potenziale espresso dallo sguardo intruso della macchina:

[3] J. Foot, La «Repubblica dei matti». Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978, Milano, Feltrinelli 2014, p. 154.

[4] Sul ruolo svolto dalla fotografia nella denuncia dell’istituzione cfr. M. Carli, Testimonianze oculari. L’immagine fotografica e l’abolizione dell’istituzione manicomiale in Italia, in Memoria e Ricerca, n. 47, 2014, pp. 99-113; J. Foot, Photography and Radical Psychiatry in Italy in the 1960s: The Case of the Photobook Morire di classe (1969), in History of Psychiatry, vol. 26, n. 1, 2015, pp. 18-36; A. Sforza Tarabochia, Photography, Psychiatry, and Impegno: Morire di classe (1969) between Neorealism and Postmodernism, in The Italianist, vol. 38, n. 1, 2018, pp. 48-69.

Marco Benvenuti, presidente del Polo Museale – Sapienza Cultura, e Francesca Gallo, direttrice del MLAC, inaugurano la mostra al MLAC, 10 giugno 2026. ph Gabriele Pallai

Non si discosta da questa lettura la suggestione che Silvia Jop, antropologa e regista, co-fondatrice dell’Archivio Basaglia, propone in apertura della tavola rotonda che ha inaugurato la mostra del MLAC. Nel 1969 vi fu un’efficace “congiuntura sull’immagine” con la triangolazione dell’edizione di Morire di Classe per Einaudi, preceduta da Gli esclusi. Fotoreportage da un’istituzione totale. Quest’ultimo offre una rappresentazione dell’ospedale psichiatrico Materdomini di Nocera Superiore, dove Sergio Piro aveva avviato una comunità terapeutica alternativa, restituita dallo sguardo del fotoreporter Luciano D’Alessandro. Si aggiunge ai due il documentario I giardini di Abele, diretto da Sergio Zavoli e trasmesso dalla RAI il 3 gennaio 1969. Nel contribuire allo smantellamento dell’istituzione manicomiale, simili operazioni culturali svelano la violenza esercitata dal sistema psichiatrico tradizionale, in un movimento di apertura dei manicomi al giudizio esterno e degli internati alla ritrovata relazionalità. “Aprire per chiudere” è il motto del movimento triestino che meglio sintetizza tale strategia.

Le occasioni menzionate, seppur in numero limitato rispetto alla costellazione di iniziative condotte a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, danno ragione all’esigenza di ricorrere al documento fotografico per avvicinarsi criticamente a questi contesti[5].

[5] Per una riflessione più ampia sui rapporti tra fotografia e psichiatria si veda C. Schinaia, Fotografia e psichiatria, in U. Lucas (a cura di), L’immagine fotografica, 1945-2000, in Storia d’Italia. Annali, 20, Torino, Einaudi 2004, pp. 459-476.

Da sinistra Daniele Piccione, Ciro Tarantino, Laura M. Michetti, Alberta Basaglia, Silvia Jop e Giovanna Del Giudice durante la tavola rotonda Basaglia oggi, MLAC, 10 giugno 2026. ph Gabriele Pallai

Durante la tavola rotonda Basaglia oggi, promossa dal Polo Museale – Sapienza Cultura, si è approfondita la figura di FrancoBasaglia, non solo un tecnico capace di proporre un cambiamento interno alla psichiatria, ma un intellettuale di stampo sartriano, riformatore politico, impegnato nella tutela dei diritti civili e sociali dell’individuo.

Ancora forte della sua prossimità con l’équipe triestina, Giovanna Del Giudice – allieva e collaboratrice di Basaglia – fa luce sugli insegnamenti più significativi: mettere in discussione i saperi pregressi e assottigliare la distanza tra la teoria e la prassi. Per renderlo calzante, si serve della formula che Basaglia aveva introdotto nelle Conferenze brasiliane, Rio de Janeiro, San Paolo e Belo Horizonte nel 1979: il movimento deistituzionalizzante ha dimostrato che “l’impossibile diventa possibile[6].

Sull’idea che Basaglia sia stato un riformatore civile insiste anche Daniele Piccione, consigliere parlamentare del Senato della Repubblica. Partendo dall’intervista di Zavoli per il documentario del 1969, Piccione esplicita che i manicomi erano istituzioni contenitive del sottoproletariato: gli ospedali psichiatrici hanno risposto all’esigenza di collocare gli individui economicamente più fragili ben prima di interrogarsi sui loro bisogni. “Chi non ha non è” è il proverbio che Piccione, ricalcando Basaglia, cita per inquadrare in prospettiva costituzionale il tema della salute mentale, catalizzatore di una più generale lotta contro le diseguaglianze sociali. Il sovvertimento basagliano ha per giunta insistito sulla questione della limitazione dei poteri. Entrambi gli aspetti attestano l’allineamento di tali teorie con la Carta costituente, che è al contempo garante d’uguaglianza e di legittimo esercizio della sovranità. Ne Il malato artificiale[7] Basaglia scardina tre idee sottese alla psichiatria, svincolando il disturbo mentale dal pregiudizio di incomprensibilità, pericolosità e fissità. Mettere tra parentesi alcune categorie del sapere ha consentito un nuovo sguardo sulla realtà e le sue contraddizioni, accettando follia e ragione come aspetti della stessa civiltà. Gli scritti teorici hanno sostenuto la trasformazione pratica e ribadito principi guida per l’esercizio politico contemporaneo: costruire la storia per alleanze, considerare le istituzioni come luoghi di responsabilità attiva e utilizzare l’affettività come strumento di pubblica azione. Il “pensiero lungo[8]dello psichiatra veneziano – condiviso con la Costituzione – aveva saputo anticipare il destino precario della riforma.

Fanno eco alle sue capacità predittive gli spunti proposti da Ciro Tarantino rispetto alla mancata attuazione sostanziale di alcuni precetti basagliani. Le “istituzioni totaloidi”[9] di cui parla Tarantino hanno prodotto la redistribuzione dell’internamento, per esempio, con meccanismi di sostituzione decisionale come l’amministrazione di sostegno e i ricoveri obbligati. L’internamento contemporaneo replica tentativi di contenzione fisica nei CPR, nelle carceri, nelle RSA, con le barriere architettoniche – detentive per i soggetti con disabilità – e quando non legittimato, insiste sulle limitazioni alla volontà. L’attualità del dibattito si rintraccia nel Disegno di Legge n. 1179[10] con Disposizioni in materia di salute mentale, presentato in Senato nel giugno 2024, primo firmatario il senatore Francesco Zaffini (FdI). La proposta è sintomatica della malleabilità, comprensiva di rischi e benefici, cui è costantemente sottoposta la riforma basagliana, e l’esperienza quotidiana evidenzia ancora valida e diffusa l’abitudine sociale di rispondere alla fragilità con l’istituzionalizzazione.

Morire di classe oggi ribadisce l’importanza di sguardi e pensieri che nell’incontro con l’altro rifiutino l’ineludibilità della sovrapposizione tra controllo e cura: un’alternativa è stata possibile e lo è sempre[11].

[6] F. Basaglia, Conferenze brasiliane, a cura di M. G. Giannichedda e F. Ongaro Basaglia, Milano, Il Saggiatore 2025.

[7] F. Basaglia, Lettera da New York. Il malato artificiale (1969), in Id., Scritti, a cura di F. Ongaro Basaglia, vol. II (1968-1980), Torino, Einaudi 1982.

[8] D. Piccione, Il pensiero lungo. Franco Basaglia e la Costituzione, Merano, Alphabeta 2013.

[9] C. Tarantino, «Per ordine di giustizia». Su alcuni casi di internamento di fatto, in Aut Aut, n. 398, giugno 2023, pp. 166-177.

[10] A. Mazzola, L’effettività del diritto alla salute mentale nell’evoluzione del quadro normativo italiano, in Osservatorio costituzionale, fasc. III/2026, p. 38.

[11] Sulla rinnovata attualità delle immagini di Morire di classe si vedano C. Cerati, La classe è morta. Storia di un’evidenza negata, a cura di P. Barbetta, Milano-Udine, Mimesis 2023; G. Guglielmi, Evidenze affermate: fotografia e psichiatria, in Antinomie, 18 giugno 2026, https://antinomie.it/index.php/2026/06/18/evidenze-affermate-fotografia-e-psichiatria/ (19.06.2026).